Gigi Serafini

Gigi Serafini

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A Casinalbo, nel 1966, si aggirava un ragazzone che non aveva la più pallida idea di cosa fosse la pallacanestro. Si chiamava Luigi Serafini, per tutti Gigi. Aveva quindici anni e lavorava in fabbrica. Particolare importante: era già alto più di due metri. La strada verso Bologna, e verso la Virtus, gliela spianò Nino Calebotta.
“Ero completamente a digiuno di basket. Eppure, poco tempo dopo a Bologna ero già nella mischia. Tre allenamenti al giorno, mattina in palestra da Gigi Lodi, pomeriggio con le giovanili e sera con la prima squadra. Al debutto mi misero addosso a Keith Swagerty. O imparavo, o smettevo del tutto. Io ho cercato di imparare. Devo dire che i sacrifici non mi spaventavano: a quindici anni mi alzavo alle sei, prendevo la corriera con la gamella nella borsa e andavo in fabbrica. A Bologna, in fondo, mi facevano giocare…”
Il ragazzo imparò presto il mestiere. Tra i canestri si muoveva bene, non sentiva la fatica e aveva una dannata voglia di bruciare le tappe.
“Nel ’69, poi, fui il primo italiano ad attraversare l’oceano per imparare nella terra dei canestri. Quindici giorni tra Boston e il Madison Square Garden. Una full immersion. Anche lì: preso e messo in campo. In mezzo a gente che si chiamava Bill Russell, Henry Finkel. E tutte le sere a sbattersi con i “rookie” Nba. Immagina che emozione, per un ragazzo di diciotto anni…”
Anche da lì, da quelle intense giornate americane, nacque il Gigi Serafini che avrebbe appassionato la Bologna bianconera. Uno che si è guadagnato sul campo i complimenti di una leggenda come Dino Meneghin. Dopo Jura, dice spesso SuperDino, Serafini è stato quello che mi ha fatto soffrire di più.
Nomi, volti indimenticabili. Proviamo a fare un po’ di elenchi. Maestri, compagni, avversari.
“Maestri ne ho avuti tanti. Peterson, ma prima Sanguettoli, Tracuzzi, e poi De Sisti, Paratore, Ranuzzi, in Nazionale Giancarlo Primo che è stato un padre, per me. Con Nico Messina non ci prendemmo. Ci scontrammo anche, per qualche incompraensione che oggi rileggo con più serenità. Compagni? In Virtus penso a McMillen, che mi faceva volare, e aumentare i bottini personali. Ti portava via i giocatori di torno, e ti passava la palla come pochi. Era venuto in Italia per studiare a Oxford, faceva il pendolare e veniva a Bologna per allenarsi il venerdì e il sabato e giocare la domenica. Vita intensissima. L’unico che ho visto addormentarsi su una valigia all’aeroporto. Driscoll era un fenomeno, Fultz un campione di tecnica e un tiratore unico, meglio di lui ho in mente solo Dalipagic”.
Oltre Bologna, al di là dei confini. La storia di Gigi Serafini in Nazionale è fatta di 112 presenze, 536 punti, due Olimpiadi e quattro Europei. Niente male, per un ragazzo che a quindici anni ancora non sapeva cosa fosse esattamente la pallacanestro.
“Quattro Europei, due Olimpiadi, la Serie A a vent’anni e la Nazionale. Chi lo avrebbe immaginato, mentre aspettavo la corriera alle sei del mattino. Ho avuto fortuna. Ho incontrato le persone giuste nei momenti giusti”.

LUIGI “GIGI” SERAFINI è nato a Casinalbo il 17 giugno 1951. Scoperto da Nino Calebotta, è approdato alla Virtus dove ha giocato dall’alto dei suoi 210 centimetri nove stagioni in Serie A, dal ’68 al ’77, vincendo lo scudetto del 1976 guidato da Dan Peterson. Poi un anno alla Xerox Milano, tre a Venezia, due a Fabriano prima di chiudere la carriera a Firenze. 2823 punti in maglia bianconera. Ha vestito 112 volte la maglia azzurra (con 536 punti), partecipando a quattro Europei e alle Olimpiadi del ’72 e del ’76.