Enrico Ravaglia

Enrico Ravaglia

Playmaker

Ventitrè punti, in quell’ultima partita. Ventitré anni, un’età in cui pensi soltanto alla vita, al presente e al futuro. Ventitrè dicembre, la mattina in cui ci svegliammo prendendo quel pugno nello stomaco, scoprendo attoniti che Chicco Ravaglia se ne era andato per sempre.

Numero dannato, come dannata, nella memoria, è quella notte in cui Enrico stava tornando a Bologna, felice come il ragazzino che ancora sapeva essere, con le sue passioni ed emozioni. E tornava dopo aver dimostrato al Pianella di Cantù, una manciata di ore prima, di essere ancora un giocatore di basket. E che giocatore. Quella notte in cui tutto si è spento dopo le luci e gli applausi. La vita, a volte, è un libro scritto male.

La voglia di pallacanestro Chicco l’aveva ereditata da papà Bob, supereroe di mille battaglie su campi meno illuminati ma pieni di passione. Il talento veniva da lì, era roba di famiglia. Così come l’educazione, la sportività, quel suo essere sincero e solare che lo aveva fatto amare da tutti, perché era impossibile non volergli bene, che ti parlasse seriamente o ti prendesse allegramente in giro.
Un predestinato, che da bambino stava sempre attaccato a papà Bob, insieme a mamma Morena, ovunque ci fosse basket da giocare, da vedere, da vivere; che nelle giovanili andava in campo con gente più grande di lui; che a diciannove anni si muoveva già sui parquet di Serie A, in prestito a Varese, e a ventuno dava alla Virtus il suo contributo, fondamentale, per conquistare la Coppa Italia sotto la guida di Roberto Brunamonti. Uno che, così giovane, era cresciuto alla scuola di maestri di pallacanestro come Piero Bucchi e Giorgio Valli, Ettore Messina e Dodo Rusconi. Uno che era entrato nel cuore di Sasha Danilovic, che ne amava la spontaneità e il talento, a tal punto da prenderlo sotto la propria ala protettrice.

Le giovanili, si diceva: Enrico arrivò a quelle della Virtus dall’Andrea Costa, e alla palestra Porelli trovò i maestri giusti per affinare il talento. A partire dal 1989, già un anno dopo guidato da Piero Bucchi negli Allievi bianconeri, via via crescendo con la V nera nel cuore, e come modello a cui ispirarsi.
Nella stagione 1994-1995 finì in prestito per un anno a Cento, in quella successiva approdò a Varese, per rientrare alla Virtus nel dicembre 1996. Fu la stagione alla fine della quale la Virtus mise in bacheca un’altra Coppa Italia, anche grazie al suo fondamentale contributo nella partita di semifinale. La stagione successiva fu quella del ritorno nella casa bianconera di un fuoriclasse del calibro di Sasha Danilovic, che con Chicco legò da subito, e fu lui stesso nei giorni del rimpianto a spiegare perché: “Stagione ’93/94, la prima con Alberto Bucci in panchina, quella del secondo scudetto. Chicco era giovanissimo, ma a volte veniva ad allenarsi con noi della prima squadra: era sempre sorridente e s’impegnava al massimo. Spesso si fermava dopo l’allenamento per passarmi la palla nelle mie lunghe sedute di tiro supplementari… Nella stagione ’97/98, quella del mio ritorno a Bologna, Chicco era ormai diventato un giocatore vero. Mi spiegarono che l’anno prima era stato lui il trascinatore della squadra, nonostante la giovane età e il fatto che fosse arrivato da Varese a metà stagione. Diventò il mio pupillo e anche la mia vittima preferita. Una volta, prima dell’inizio di un allenamento, io e Zoran Savic lo chiudemmo dentro al cesto portapalloni del palazzetto di Casalecchio e lo lasciammo lì per un bel po’ di tempo facendolo girare su sé stesso. Quando lo tirammo fuori era così disorientato che per mezz’ora non riuscì a segnare neanche un canestro e per questo motivo si beccò anche gli urlacci di Messina… Come giocatore mi piaceva molto: aveva talento, faccia tosta e un gran tiro. Ed era molto veloce: sapeva condurre il contropiede e sapeva cosa fare con il pallone in mano. Non era uno di quei giovani che quando scendono in campo si preoccupano solo di fare il minor numero di sciocchezze possibile. Ma soprattutto era un tipo competitivo, odiava perdere. A fine allenamento giocavamo spesso uno contro uno e quando perdeva ci rimaneva davvero male: ecco un’altra cosa che piaceva di lui”.

L’infortunio al ginocchio lo portò a lungo lontano dal campo, proprio quando stava crescendo forte in un gruppo di campioni veri, cambio di lusso per un play come Antoine Rigaudeau. E all’inizio della stagione 1999-2000 anche lontano da Bologna. Firmò per la Polti Cantù, per ricominciare a sentirsi un giocatore vero. E quella notte che precedeva di poco il Natale ce l’aveva fatta, mostrando a tutti che Chicco Ravaglia era davvero tornato.

Non si scaricava mai, Chicco. Aveva una vitalità incredibile, e si portava addosso quella caratteristica che fa di un giocatore un campione: la voglia di lasciare il segno, sempre e comunque. Su una partita, sulla vita. Sono questi gli uomini che entrano nell’immaginario collettivo. Hanno tecnica, volontà e cuore. Chicco è stato uno di loro, per questo non è mai diventato un ricordo lontano, per chi l’ha conosciuto. Per questo è ancora una presenza concreta, per chi ha avuto l’onore e la fortuna di incrociarne il sorriso, e di volergli bene.